“Se faccio il fotogiornalista è perché credo nella forza delle immagini come strumento di verità, documento inoppugnabile laddove le parole non bastano.” Mario Dondero
Un nuovo ed inedito progetto fotografico al Forte di Bard. Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano è il titolo della mostra a cura di Claudio Composti in programma nelle sale delle Cantine del Forte di Bard. L'esposizione rivela per la prima volta un corpus di fotografie inedite tratte dall'archivio di Mario Dondero (Genova 1928 – Fermo 2015), grande fotoreporter e testimone civile del Novecento. Scatti mai pubblicati né esposti, riscoperti dal curatore durante una visita all'archivio due anni fa, restituiscono al pubblico uno sguardo radicale, antiretorico e profondamente umano che ha attraversato mezzo secolo di Storia.
Un partigiano dell'umano
Mario Dondero non è stato soltanto un fotoreporter: è stato un testimone che ha scelto da che parte stare. Partigiano giovanissimo in Val d'Ossola, poi cronista militante nella stampa politica italiana del dopoguerra — da “Lavoro Nuovo” all'Avanti!, dall'Unità a “Le Ore” come cronista — e infine fotografo del mondo, Dondero ha sostituito la rotta nautica (da ragazzo sognava il mare) con una rotta etica, percorrendo l'Europa, l'Africa, l'America Latina, il Medio Oriente, l'Asia. Il suo sguardo nasceva da un amore profondo per l'essere umano: chi vive ai margini, chi attraversa la Storia senza scriverla, chi ne subisce le conseguenze più che governarne le forme. «Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita» diceva. Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l'eroismo mai esibito.
Un archivio che torna a parlare
L'archivio di Mario Dondero — conservato in larga parte dalla Fototeca Provinciale di Fermo ad Altidona — è un patrimonio vastissimo e ancora in parte inesplorato: centinaia di migliaia di immagini tra negativi in bianco e nero, diapositive e stampe professionali, accompagnate da oltre duecento quaderni di appunti. Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra recano sul retro, annotazioni a penna o a matita: descrizioni dell'evento, titoli, date, firme. Documento fotografico e traccia letterari riflettono l'inseparabilità, per Dondero, tra scrittura e immagine, due forme complementari di testimonianza, come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. «I fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch'essi nel vasto mare silente» annotava in uno di essi. Lui era l'eccezione: un fotografo che non smetteva mai di pensare per iscritto. Il curatore Claudio Composti ha selezionato e organizzato il materiale inedito in tre macro-sezioni tematiche: Memorie del presente — dedicata a manifestazioni e movimenti sociali collettivi; Sguardi politici — sui protagonisti della storia politica del Novecento; Verso il mondo — omaggio al quotidiano, ai gesti e alle vite degli ultimi, della gente semplice, incontrata in ogni angolo del pianeta. Un percorso che attraversa decenni e geografie ma rivela una linea coerente: la fotografia come scelta morale, come impossibilità di restare neutrali.
La fotografia come atto politico e umano
In un'epoca in cui la fotografia politica tendeva a costruire mitologie visive, Dondero compì un gesto controcorrente: riportare i protagonisti alla loro dimensione umana. Dal ritratto collettivo degli scrittori del Nouveau Roman davanti alle Éditions de Minuit (1959) — Robbe-Grillet, Sarraute, Butor, Beckett, Simon — alla Grecia dei Colonnelli, dalla Spagna franchista ai movimenti di liberazione africana, dal muro di Berlino alla Russia post-sovietica, il suo sguardo non cedette mai al sensazionalismo. «La fotografia è un'arma formidabile nella ricerca della verità» ripeteva, ma anche un'arma che può essere manipolata: per questo sentiva il mestiere come una responsabilità.
Il valore degli inediti e dell'archivio
Portare alla luce fotografie rimaste ai margini della circolazione pubblica non significa semplicemente aggiungere nuove immagini alla storia di Dondero: significa riattivare il loro potenziale di senso. Come scriveva Walter Benjamin, l'immagine non è mai soltanto ciò che mostra, ma ciò che accade quando viene guardata di nuovo in un altro tempo. L'archivio si rivela così uno spazio critico, un luogo in cui le fotografie continuano a produrre significato, riaprendo il dialogo tra immagine, memoria e storia. La recente attività di riordino promossa dalla Fototeca Provinciale di Fermo, grazie al direttore Pacifico D’Ercoli e all'ultima compagna di vita di Dondero, Laura Strappa, rappresenta non solo un intervento conservativo, ma un passaggio critico decisivo: l'istituzionalizzazione dell'archivio consente di riconsiderare l'opera nel quadro della storia europea del fotogiornalismo politico.
«Mi auguro che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l'umanità intensa delle persone» scriveva Dondero. In questa frase è contenuta tutta la sua poetica. In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo, i suoi inediti riaffermano la fotografia come tempo lento e come responsabilità: non semplice memoria visiva, ma esercizio critico. L'archivio politico di un partigiano dell'umano che continua a parlare di uomini agli uomini.